Come raccontare uno spettacolo di Bergonzoni? Bisognerebbe farlo con parole sue, con la poetica del linguaggio che caratterizza i suoi monologhi e che è impossibile replicare. Lo ammiro fin da quando ero ragazzino, alcune delle sue invenzioni sono entrate nel mio vocabolario e pazienza se nessuno mi capisce, non mi capirei nemmeno io se giocassi con i vocaboli senza saperlo fare. Ieri, all’Auditorium di Roma, ho potuto seguire il suo nonsense per un’ora e trequarti, tanto dura questo “Arrivano i dunque”, la prima delle quattro repliche nella capitale, un lavoro il cui significato sembra voler dire che il tempo delle premesse è finito, che ora si presentano i “dunque”, le conseguenze, le responsabilità delle nostre azioni. È una specie di appello a non rimandare più, a non lasciare che la realtà scorra senza essere interrogata. E infatti, tra una battuta e l’altra, sono tanti i riferimenti alle tragedie umanitarie che affliggono il mondo e che non devono lasciarci indifferenti. Lo spettacolo, minimalista, gestito attorno ad un tavolo di cartone esclusivamente con la voce, la gestualità e una notevole capacità di creare un immaginario attraverso la lingua, è un flusso ininterrotto di elucubrazioni non sempre facili da seguire, alcune arrivano in ritardo, come i dunque. Bergonzoni ribadisce come sia importante non coprire la distanza, ma scoprire la vicinanza, rifrangere nuove regole, invece di infrangerle. E una delle parole chiave inventate e ripetute più volte è infatti “crealtà”, un neologismo che fonde creazione e realtà, per indicare che il mondo non va semplicemente osservato ma creato di continuo attraverso lo sguardo, l’immaginazione, il dovere. Non voglio però addentrarmi ulteriormente in un campo minato, è davvero impossibile descrivere un monologo tanto articolato. Va semplicemente ascoltato. Quindi passo e chiudo il discorso citando un’ultima bellissima parola, usata proprio nel finale: sbellicarsi. Bergonzoni la identifica con un doppio senso in cui ridere a crepapelle si accompagna al liberarsi dalla guerra, dal bellico. Anche questa arriva un po’ ritardo. Chiuso il sipario, mentre la gente indossa i cappotti per andare via, una registrazione con la sua voce riprende il tema centrale: per altri due minuti si resta fermi a guardare il nulla, solo ad ascoltare, ancora. Ad ascoltarci, a sbellicarsi.





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