
Recensioni entusiastiche che inneggiavano al capolavoro mi hanno spinto a leggere questo romanzo, ambientato in un paese sperduto tra le montagne, fuori dal resto del mondo, la cui comunità dipende totalmente da una cava di calcare prossima alla chiusura. Un forestiero, incaricato di verificarne la produttività, viene a dare il colpo di grazia al villaggio: agli uomini, tutti impegnati in quell’unica fonte di sostentamento, alle donne, dipendenti a loro volta dagli uomini, ai figli, abbandonati ad un destino senza futuro. La noia la fa da padrona, insieme ad una soffocante immobilità, dove il tempo sembra non scorrere mai. Anche tra le pagine. Il forestiero è colui che sconvolge le poche certezze del luogo e non in senso positivo. A capitoli alternati, due voci narranti raccontano quel poco che accade: una è in terza persona, al passato; l’altra, al presente, è quella di una bambina che, con le sue amiche, sembra più attenta ai dettagli e sogna continuamente di fuggire. Entrambe le voci narrano di una comunità fondata sul patriarcato, in cui la violenza e l’ottusità dei padri dettano legge. Lo faranno soprattutto quando lo stupro e l’omicidio di una delle bambine coalizzerà l’intero villaggio in un’unica entità cieca che darà la colpa allo straniero, già cacciato in precedenza per aver portato la cattiva novella. Devo dire che, scritta così, la trama è pazzesca. Infatti mi aveva intrigato. Ammetto però di aver avuto difficoltà a reggere un ritmo troppo lento e, più volte, a capire chi fossero i protagonisti dell’azione. Lo stile dell’autore è di certo originale ma anche stucchevole e ridondante e un po’ palloso, in modo probabilmente intenzionale, al fine di far immedesimare il lettore nel contesto, nonostante il rischio di effetto boomerang. Un rischio calcolato, suppongo: su dieci lettori estasiati e perspicaci, uno ignorante poteva capitare. E quello sono io. Lo straniero.
Andreas Moster – Siamo vissuti qui dal giorno in cui siamo nati





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