
Prima di finire le ultime pagine, sono andato a rivedermi il film, giusto per mettere a fuoco e metabolizzare la follia del protagonista, interpretato da un bravissimo Christian Bale. Ma non è bastato. Il romanzo è di tutt’altro spessore e quanto accade nella mente di Patrick Bateman è talmente agghiacciante da non poter trovare forma, se non nell’immaginazione del lettore. Bateman è uno yuppie di ventisette anni che vive a Manhattan e lavora a Wall Street negli anni ’80. È un maniaco della perfezione, del fisico, dell’estetica, idolatra Donald Trump, frequenta i locali più esclusivi e non tollera i poveri e i perdenti. Questo però è niente. Le sue routine ossessive, man mano che la trama va avanti, si alternano a violenze sempre più estreme, verso barboni, colleghi, donne e perfino un bambino, in un racconto dove realtà e allucinazione si confondono. Dietro la maschera di giovane rampante bello e ricco, si nasconde uno psicopatico capace delle peggiori efferatezze, roba vomitevole che personalmente non ho mai trovato in un libro. Il vero orrore, tuttavia, è rappresentato dal mondo intorno, fatto di status, consumismo e indifferenza, che non reagisce mai mentre l’identità di Bateman si sgretola. Più di una volta, in tutto il romanzo, si sente chiamare dai suoi stessi amici e conoscenti con un nome diverso, segnale ambiguo sia di una sua crisi di personalità sia dell’indifferenza della gente, che riconosce i suoi simili solo attraverso gli abiti griffati. Lo stesso Bateman vede le persone come oggetti classificati per ciò che indossano o possiedono ed esiste solo attraverso lo sguardo degli altri. Le scene di violenza sono talmente esagerate, per non dire splatter, da sembrare impossibili, eppure non vengono smentite: reali o immaginate, sono il prodotto malato di una società basata sulla disumanizzazione che annienta la morale e la consapevolezza di sé. Alla fine, Bateman scoppia, confessa, ma nessuno gli crede e lui allora resta lì. Altrove.




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