
Attraverso fotografie ed interviste a famosi fotoreporter, Roberto Saviano ricostruisce il dramma delle migrazioni nel Mediterraneo, spiegando le cause che spingono migliaia di persone a fuggire da guerre, povertà e violenze per raggiungere l’Europa. Le esperienze raccolte mostrano la pura realtà, concentrandosi in particolare sulle rotte mediterranee e sui centri di detenzioni libici, i famosi lager da cui la Libia ricava enormi profitti. L’opera, pubblicata qualche anno fa ma sempre tristemente attuale, denuncia le false narrazioni sul tema, documenta il ruolo fondamentale delle ONG e restituisce dignità alle storie dei migranti e degli operatori umanitari, evidenziando come la testimonianza diretta sia lo strumento più efficace per contrastare i pregiudizi della gente e la disinformazione della politica. Su tutte, spicca una dichiarazione dell’ex-ministro, buffone, mentecatto, Luigi Di Maio, che sosteneva fosse necessario fare chiarezza sui finanziamenti e sui rapporti tra alcune organizzazioni e i trafficanti, arrivando a parlare delle ONG come “taxi del Mediterraneo“. Il titolo del libro è una risposta a questa deplorevole definizione, contestata duramente da Saviano e gli intervistati, in quanto fuorviante, denigratoria del lavoro umanitario delle ONG e utile a diffondere solo falsi preconcetti. Altro nome ricorrente nel libro, in senso opposto, è quello del piccolo Alan Kurdi, il bimbo curdo-siriano di tre anni, il cui corpo venne trovato sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, nel 2015, dopo essere annegato con la mamma e il fratellino di cinque anni, nel tentativo di raggiungere l’Europa. La fotografia del suo corpo senza vita fece il giro del mondo e divenne il simbolo delle numerosissime vite spezzate lungo le rotte migratorie, non solo in mare: il dovere della testimonianza è impedire che queste vittime vengano dimenticate. Peccato che noi tutti, invece, dimentichiamo presto.




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