
Un giovane giapponese si guadagna da vivere facendo la guida turistica per stranieri che vogliono divertirsi tra i quartieri di Kabukichō, il distretto a luci rosse di Tokyo. Per i tre giorni che precedono il Capodanno, viene ingaggiato da un americano sovrappeso, un tipo inquietante che, una bugia dopo l’altra, assume comportamenti sempre più strani e che il ragazzo inizia a sospettare sia il responsabile di alcuni brutali omicidi avvenuti in zona. Il titolo fa riferimento alla zuppa di miso, citata nel romanzo come piatto comune, rassicurante e molto diffuso in Giappone. Il significato metaforico richiama l’orrore che può nascondersi nella vita di ogni giorno, proprio come un ingrediente invisibile dentro una zuppa. La tensione crescente è accompagnata da riflessioni sul vuoto morale, l’alienazione e l’assenza di emozioni della società giapponese degli anni ’90, ma resta un contorno, poiché la storia gira intorno alle azioni dello psicopatico e alle reazioni del suo accompagnatore. Direi pure che gira a vuoto, non raggiunge alcuno scopo, men che meno l’interesse del lettore. Una Tokyo soup piccante sì, però senza sapore.




Rispondi