
Guardo spesso bei film, scegliendoli con attenzione, ma ogni tanto guardo anche qualche film che reputo brutto già dal trailer, così, per divertirmi amaramente. Ieri ho beccato La mummia di Lee Cronin, il cui titolo fa già ridere, perché sarebbe Lee Cronin’s The Mummy, dove Lee Cronin è il regista e lo sceneggiatore, non un uomo mummificato. Il film si apre con un cattivo presagio. Per me, immagino. Un canarino viene trovato morto nella sua gabbia. Cioè, lo si vede esalare un ultimo respiro – un canarino, eh – in mezzo a circa mezzo litro di sangue suo. Un canarino di venti grammi. OK, è un horror, lo prendo per quel che è. La trama. La bambina di una famiglia americana che lavora a Il Cairo scompare improvvisamente. Otto anni dopo, tornati ormai negli USA, i genitori vengono contattati dall’Egitto. La bambina, ora ragazzina, è stata ritrovata. Dentro un sarcofago. Viva. O almeno pare. Sembra quella dell’esorcista, solo che non bestemmia. Però vomita e si contorce. E fa alquanto schifo, soprattutto per le unghia lunghissime, tipo quelle che molte donne portano oggi. Il padre invece sembra Alessandro Borghi, più paffuto e meno talentuoso: ha infatti solo due espressioni, una posata e una di sorpresa con gli occhi spiritati, alla Borghi appunto. Lento a recepire qualsiasi cosa, pare uno di quei cartoni animati che, quando devono scappare, fanno la corsa sul posto prima di dileguarsi. La madre è una madre, un’infermiera che nemmeno quando sta per essere ammazzata si rende conto che qualcosa non va. Convinta di poter curare la figlia, accusa il marito di non capire mai un cazzo. Vabbè, questo vale per tutte le donne sposate, a prescindere. Gli altri due figli, un adolescente e una bimbetta nata dopo la scomparsa della sorella maggiore, sono i soliti svampiti che invece di chiedere aiuto o chiamare mamma e papà quando serve, si coprono le orecchie, senza scappare, senza fare niente. C’è anche una suocera, figura horror per antonomasia della vita di ognuno di noi, che per fortuna è la prima a restarci secca. Perde la dentiera, si butta dalla finestra e viene sbranata dai coyote mentre continua a parlare. Alla sua veglia funebre, la mummia demoniaca, chiusa al piano di sopra, squarcia il pavimento e si imbuca alla festa strisciando sul soffitto: al prete viene staccato un orecchio, il cadavere della nonna finisce per terra e, tra piatti volanti, cibo, liquido per l’imbalsamazione e schifezze varie, solo marito e moglie provano ad interrompere il disastro. Nessuno, tra decine di persone presenti, urla, scappa o lancia un allarme. Restano tutti col bicchiere in mano, come se niente fosse. Finito l’orrore, la scena riprende la sera, con la famigliola sola in casa che ha messo i figli a letto e legato la mummietta ad una sedia a rotelle. Nel frattempo, una poliziotta egiziana ha fatto luce sulla questione, scoprendo chi ha rapito la bambina e a quale rito è stata sottoposta. In quattro e quattr’otto, usando – presumo – il teletrasporto, dall’Egitto bussa alla porta della famiglia, in America. Ha con sé una videocassetta che spiega ai due coniugi cosa è successo alla loro figlioletta. Alessandro Borghi resta sconvolto dal video e per il successivo quarto d’ora non si muove dal divano. La moglie invece, che piagnucola col mocciolo da giorni, corre, chissà perché, dal piccolo demonio, il quale nel frattempo si sta strappando la pelle dal corpo, ovvero le bende, per scatenare l’inferno. Cosa che puntualmente riesce. Nel casino finale, tra famiglia distrutta, casa distrutta e trama distrutta, padre Borghi finalmente si dà una mossa, acchiappa il demone e, ripetendo il rituale insieme alla poliziotta egiziana, gli permette di impossessarsi del proprio corpo e liberare così la figlioletta. Tempo dopo, l’incubo è passato. Lui, Borghi, è la nuova mummia e (non) lo si vede chiuso dentro un baule con le catene nello scantinato. La moglie, che ancora piagnucola, guarda i tre figli mentre giocano insieme. La ex posseduta, a parte qualche graffio, pare rinvigorita ma il suo aspetto sano, senza trucco e senza inganno, fa più paura di prima. Non mi spiego poi come i bambini possano giocare tranquillamente con una sorella, di fatto mai conosciuta, che poco prima voleva squartarli. Ma siamo alla fine, non mi pongo il problema. Già dalla morte del canarino sto pensando a cosa scrivere sul blog per raccontare questa Lee Cronin’s bullshit. Ecco fatto.




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