
Commedia tragica che racconta il disagio sociale di una famiglia povera e sgangherata, costretta ad affrontare due drammi nell’arco della sua storia: la morte della figlia piccola, uccisa da un proiettile vagante durante una sparatoria in città e, poco tempo dopo, la morte del padre, capofamiglia autoritario, ammazzato in casa in seguito ad una violenta lite con il figlio primogenito per futili motivi. La città in questione è Palermo, il degrado assoluto, la precarietà costante. Genitori, figli e due nonni convivono malamente sotto uno stesso tetto, in una zona più che disastrata, dove l’arte di arrangiarsi trasforma il bisogno in ingegno per dare un senso ad una vita altrimenti schiacciata da miseria e indifferenza. L’omicidio della bambina e il risarcimento per le vittime di mafia che ne consegue ne sono la dimostrazione. Il dolore passa in secondo piano, la possibilità di ricevere una grossa somma di denaro cambia le prospettive della famiglia che, alla fine, saldati i debiti, decide di acquistare un’auto di lusso. Una rivalsa verso la società, che un banale graffio alla carrozzeria metterà di nuovo in discussione. Tutto questo però è il contorno della trama, il cui fulcro è rappresentato dalle dinamiche grottesche che portano alla morte del padre e alla sentenza di colpevolezza del figlio, un misto di preoccupazione, reticenza e convenienza. L’auto è la causa, il figlio è il mezzo. Roberto Alajmo si dimostra ancora una volta bravissimo a riportare su carta, in modo semiserio, dialoghi, atteggiamenti, pensieri e mentalità di una parte di Palermo che, mi viene da dire, resiste all’evoluzione e che proprio per questo non può non far parte del disegno caratteristico della città. Tutto è così vero da sembrare finto. È stato il figlio, non ci sono dubbi. Davanti ad una famiglia che si sgretola per un graffio alla macchina, trovare un colpevole è meglio che ammettere la rovina.




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