Tancredi è un’opera di Gioachino Rossini, datata 1813. Sono andato a vederla nei giorni scorsi al “solito” Teatro dell’Opera di Roma, dove ormai sono di casa. Ne conoscevo la trama, basata quasi interamente su un equivoco, ma non sapevo e non ho voluto sapere quale finale prevedesse questo allestimento, dato che Rossini ne aveva scritti due, uno lieto e uno tragico. La regia della grandissima Emma Dante, che ha curato anche i costumi, è stata una motivazione in più per andare. E la direzione di Michele Mariotti, “dj resident” al Costanzi, ha rappresentato un’ulteriore garanzia, essendo un grande esperto e interprete di Rossini, nato a Pesaro come lui.
La storia si svolge in epoca medievale, a Siracusa, dove le famiglie rivali degli Argirio e degli Orbazzano continuano a litigare per il potere, mentre la città è minacciata dai saraceni guidati da Solamir. Argirio vorrebbe dare in sposa sua figlia Amenaide a Orbazzano per sancire una pace, ma Amenaide ama Tancredi, un giovane nobile esiliato ingiustamente da Siracusa. Con l’intento di farlo tornare per difendere la città, lei gli scrive in segreto una lettera che viene però intercettata: non recando il nome del destinatario, tutti credono che sia diretta a Solamir. Chissà che diavolo c’era scritto. Amenaide viene così accusata di tradimento e condannata a morte pure dal padre rassegnato. Anche Tancredi, rientrato di nascosto in città per i fatti suoi, la crede colpevole ma soprattutto si sente tradito e la respinge sdegnato, pur continuando ad amarla. Ciò nonostante, combatte valorosamente per Siracusa, sconfigge i saraceni e solo allora viene a conoscenza della verità. Amenaide è innocente, la lettera era indirizzata a lui. Qui il bivio: finale lieto o finale tragico? La rappresentazione romana sceglie il secondo. Il chiarimento arriva troppo tardi. Tancredi è stato ferito a morte in battaglia e muore tra le braccia di Amenaide, in una scena che si spegne piano piano, in attesa del sipario, con una lentezza disarmante. E pure allarmante, visto che nuovamente ho rischiato di perdere la metro per tornare a casa e sono dovuto scappare durante gli infiniti applausi del pubblico. Per la cronaca: primo atto 65 minuti, intervallo 30 minuti, secondo atto 90 minuti. Oltre tre ore in cui però mi sono divertito. In particolare, per l’idea geniale di Emma Dante, che racconta la storia tramite un parallelismo con lo spettacolo dei pupi siciliani. All’inizio, “marionette”, fili e fondalini dipinti secondo la tradizione siciliana riempiono le scene, con attori, coristi e ballerini che replicano fedelmente i movimenti dei pupi. Poi, man mano che il dramma si intensifica, i personaggi reali prendono il posto dei pupi, ereditandone costumi, elmi e armi, come se la favola si animasse e diventasse umana, in carne e ossa. Per me, questa invenzione è valsa più di tutta la composizione di Rossini. Bravo Tancredi, interpretato da un contraltista, cantante con voce in falsetto, di cui ignoravo l’esistenza prima di questo spettacolo. Bravo Mariotti, che dal mio balconcino privilegiato ho potuto ammirare mentre dirigeva l’orchestra e gli artisti sul palco, cantava in sottovoce praticamente l’intera opera e addomesticava il pubblico. Bravi tutti, insomma. Me compreso, che con un passo da maratoneta, sono riuscito ad uscire in tempo ed evitare di tornarmene a casa a piedi.


























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