
L’antefatto è scritto sulla quarta di copertina: un ragazzo si sveglia nella sua stanza completamente ricoperto di sangue e non ricorda nulla di cosa sia successo la notte precedente. Soffre di epilessia sin da bambino e prende dei farmaci che gli creano disturbi, emicranie e svenimenti. Così, una volta metabolizzato lo shock, cioè dopo meno di trenta secondi, con una calma e una razionalità da monaco zen, inizia a ragionare sulla situazione cercando di mettere insieme i pezzi di memoria che riesce a recuperare nella sua testa. Tutta la storia è narrata da lui in prima persona e si svolge nell’arco di due o tre giorni, prevalentemente in casa, con numerosi flashback che vanno a scavare nel suo passato e scene che vengono riproposte ogni volta che la sua indagine personale acquisisce nuovi elementi. Il romanzo, un thriller psicologico, è effettivamente avvincente, la curiosità su quanto possa essere accaduto trascina di corsa il lettore fino alla fine, pagina dopo pagina. Le vicende che sembrano non avere una spiegazione rispetto alla trama fanno pensare che ci sia perso qualcosa durante la lettura, salvo poi essere chiarite poco dopo. Questa è una bella mossa dell’autrice, coreana, una delle penne più famose del suo genere. Meno bella è la facilità con cui liquida il finale, perfetto da un certo punto di vista e ridicolo da un altro. Perfettamente ridicolo, quindi. Però funziona e si incastra con una serie di dettagli che, a differenza di quanto pensassi, non erano riempitivi per allungare il brodo. Tutt’altro. Uno di questi, tra l’altro, è anche nella copertina, che ho guardato meglio quando ho terminato il libro. Mica avevo capito che quella è una piscina e che al centro c’è un nuotatore, il protagonista. Potrei essere io. Ogni giorno mi sveglio senza ricordare una mazza della sera precedente. Anche io completamente ricoperto. Perché fa ancora freddo. Manca il sangue. Ma, se la vicina continua a spostare mobili fino a notte fonda… ecco, chissà.





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