Uno, nessuno e ventitré

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno

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Bellezza si guarda allo specchio e si chiede quanto durerà il suo splendore. Piacere la rassicura, promettendole che non finirà mai, purché lei continui a vivere all’insegna della gioia e del diletto. Tempo e Disinganno invece la avvertono che, prima o poi, quell’incanto appassirà e svanirà, esortandola a cercare il vero piacere attraverso l’accettazione della propria mortalità. Bellezza, inizialmente, se ne frega di questi consigli, preferendo una vita di vanità e godimento. Quando però comincia a porsi dei dubbi e ad osservarsi da vicino, scopre la verità, così triste che Piacere quasi la riconquista. Tempo e Disinganno non demordono e alla fine, come rivela il titolo, trionfano: Tempo la invita a guardare oltre l’apparenza, Disinganno le spiega che il piacere può sembrare eterno ma la sua energia si consuma presto. Bellezza, che non è una bambolina vuota, comprende e sceglie serenamente la via della verità.
Questa, in sintesi, è la trama dell’opera, anzi dell’oratorio, di Georg Friedrich Händel, a cui ho assistito ieri al Teatro dell’Opera di Roma. Io che nemmeno sapevo cosa fosse un oratorio, tranne quello della chiesa in cui giocavo a basket da piccolo. Ho scoperto che si tratta di un genere musicale a sé stante, quindi non esattamente un’opera lirica, perché non prevede scenografie e personaggi in costume e, al di là dei tecnicismi, è più legato a soggetti religiosi. Non a caso, questo è stato scritto, nel ‘700, dal cardinale Benedetto Pamphilj. L’allestimento al Teatro Costanzi rompe questa regola. Lo spettacolo si apre in un grande e moderno studio fotografico, dove giovani ragazze e ragazzi mostrano un concetto di bellezza basato sull’immagine, che è costruita, fotografata e consumata. Man mano che Tempo e Disinganno si fanno avanti, il palco si svuota, si scurisce, gli oggetti spariscono e lo spazio diventa un concetto astratto: Bellezza comprende la fragilità di ciò che le appariva eterno. La seconda parte dell’oratorio si riflette su un enorme specchio, in cui Bellezza si confronta con la sé bambina e la sé vecchia, l’origine e la fine, cioè l’ineluttabilità del tempo che passa. Tra gli alti e bassi dell’indecisione di Bellezza, che includono momenti sensuali e simbolici, si giunge alla conclusione. Bellezza è sola, senza trucco e senza inganno e fa la sua scelta. Mentre le luci si spengono, si appropria della sua libertà con un assolo conclusivo da applausi.
Devo ammettere che ero un po’ riluttante quando sono entrato a teatro. Leggendo sul programma che lo spettacolo sarebbe durato due ore e quaranta minuti, ho temuto il trionfo della noia e dello sbadiglio, invece mi sono subito ricreduto, il famoso oratorio è partito in modo vivace e il livello è rimasto altissimo anche nelle parti più cupe. Bellezza, soprano, era davvero bella, oltre che brava. Piacere, mezzosoprano, è piaciuta a tutto il pubblico, specie nel finale. Ma notevoli ho trovato gli interpreti di Tempo e Disinganno, tenore e controtenore, pure per la presenza scenica. I commenti sottovoce degli esperti da cui ero circondato in platea, super competenti, vestiti a sera, ricoperti di lusso e lustrini, mi hanno un po’ infastidito. Tempo e disinganno arriveranno per loro. Io mi tengo la bellezza e il piacere di un’esperienza da aggiungere al mio curriculum teatrale. Ora che so cos’è un oratorio.

Commenti

Una risposta a “Il Trionfo del Tempo e del Disinganno”

  1. Avatar amorentreestrellas

    Un gran abrazo! Buen post. Me ha encantado.

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