
Netflix ha sfornato la sua ultima grande ca___ata (riempire con una o più lettere a piacimento, tipo c, g, zz, vol), un film che ho guardato per il mio inspiegabile debole per la fantascienza e forse perché sono un tenero cog___one (qui nessun dubbio su come riempire). Sapevo fosse la classica americanata, ma non avevo voluto leggere la trama, mi era bastato individuare il genere per dargli un’occhiata e, dopo lo shock iniziale, portarlo a termine per il solo gusto di scoprire quanto avessero osato gli sceneggiatori. Col senno di poi, un tantino troppo. La storia osanna i Ranger dell’esercito statunitense, un corpo d’elite di fanteria impiegato nelle peggiori missioni militari. Cazzuti e preparatissimi, forti e muscolosi, non vedono l’ora di combattere per il proprio paese e difenderlo da non si sa chi. Possono sopravvivere nelle situazioni più estreme, cucirsi le ferite con lo spago, correre con le gambe spezzate, tuffarsi in acqua con la mimetica ed uscirne completamente asciutti. Cose così. Potrebbero perfino fermare un’auto per strada senza uccidere la donna al volante. Incredibile. Il protagonista, un incrocio tra Rambo e Commando, si arruola proprio nei Ranger e, durante l’addestramento, dimostra di essere un duro. Schivo e riservato, sembra il padre delle altre reclute: è più alto, più massiccio, più vecchio. Non mancano la recluta donna, la recluta di colore, la recluta asiatica, la recluta occhialuta, la recluta spocchiosa. Come i Puffi. C’è anche il sergente tutto d’un pezzo che, con una battuta originalissima, definisce il nostro eroe “una mina vagante” per il suo modo di fare. Questo perché il Superman de noantri non ci sta tanto con la testa: anni prima, in Afganistan, dove gli USA erano andati ad esportare un po’ di democrazia, ha perso il fratello, militare pure lui, trucidato dai talebani e, siccome il fratello voleva diventare un Ranger, lui decide di diventare un Ranger. Nel frattempo, arriva la fantascienza vera, sottoforma di un oggetto non identificato che dallo spazio precipita sulla Terra. E dove va a cadere? Manco a dirlo, nella zona esatta in cui i Ranger neopromossi stanno giocando alla guerra. War Machine è la creatura aliena, una specie di robot indistruttibile, gigante, armato fino ai denti che, disturbato per caso dai Power Rangers, se li segna uno per uno sul suo radar per eliminarli. E li insegue quando questi scappano, una volta capito con chi hanno a che fare. Ad ogni scena muore qualcuno, tranne la ragazza e il nero, chi lo avrebbe mai immaginato. Nero che, tra l’altro, ha una gamba maciullata e passa il tempo su una barella, scarrozzato tra fiumi e monti, rapide, cascate, burroni, frane, esplosioni, bombardamenti, senza lamentarsi, come un peso morto. Senza però morire. Lo scontro finale sfocia in un prevedibile testa a testa tra War Machine e il nostro Highlander. Ormai, in realtà, non si sa più chi è War Machine perché, dopo le infinite peripezie, anche il serg. 81, questo il suo identificativo, è diventato una macchina da guerra. Ho tifato per l’extraterrestre, non ce l’ha fatta. La bella notizia, a chiudere questo capolavoro della cinematografia, è che il robot non è venuto da solo. Migliaia e migliaia di suoi amici corazzati stanno sbarcando sull’intero pianeta, l’invasione aliena è appena iniziata. E speriamo, chissà, che almeno a ‘sto giro l’umanità venga spazzata via. A partire dagli Stati Uniti.




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