
Un ricchissimo signore, un conte credo, organizza una festa sontuosa con cena e intrattenimento per gli ospiti. A tale scopo, ha commissionato uno spettacolo teatrale. Anzi due. Il primo è un’opera seria e tragica, che racconta del dolore cosmico di Arianna, abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso; il secondo è un’opera buffa, in cui Zerbinetta e quattro comici si esibiscono tra danze, lazzi e battutine frivole. L’idea non piace al compositore dell’opera seria, il quale non accetta che il suo lavoro, profondo e strappalacrime, venga sminuito da un gruppo di commedianti. D’altra parte, i comici se ne sbattono altamente, vogliono solo divertire e divertirsi. A peggiorare le cose, arriva l’ordine del riccone di portare sul palco le due rappresentazioni contemporaneamente, al fine di non andare troppo per le lunghe e lasciare spazio ai fuochi d’artificio. Nessuno osa contraddirlo, paga molto bene. Questo, in sintesi, è il prologo, della durata di 43 minuti, di Ariadne auf Naxos (Arianna a Nasso, in italiano), opera di Richard Strauss su libretto di Hugo von Hofmannsthal, a cui l’altra sera ho potuto assistere, come al solito, al Teatro dell’Opera di Roma. Dopo l’intervallo, va in scena la seconda parte, l’opera nell’opera, di 82 minuti, di cui i primi dieci interminabili. Siamo a Nasso. Il palco è diviso in due: da un lato, desolazione e tristezza; dall’altro alberi rigogliosi e allegria. Tragedia e commedia vanno in scena insieme, come stabilito. Arianna passa il tempo a lamentarsi e crogiolarsi tra le lacrime, disperata. Zerbinetta, invece, sorridente e civettuola, prova a spiegarle la sua filosofia di vita, affermando che gli uomini vanno e vengono e che dovrebbe spassarsela invece di deprimersi. In questo frangente, il soprano Zerbinetta si esibisce in un assolo da applausi. La scenetta va avanti per un po’. Quando si presenta Bacco finalmente, Arianna dimentica le sue sofferenze e, in tre secondi netti, se ne innamora. Zerbinetta se la ride, contenta della sua teoria. Lui, dal canto suo, pare che non capisca bene dove sia finito, ma accetta volentieri il lieto fine. Lo spettacolo è riuscito, tutti cantano e il pubblico si esalta. Merito anche della regia e della direzione artistica, che hanno trasformato un’improbabile accoppiata di generi in un carosello coerente, dimostrando quanto il teatro stesso possa essere sorprendente.
Anche io ho applaudito. Forse meno in quei minuti di pianto di Arianna all’inizio della seconda parte. Alcune battute mi hanno fatto davvero ridere. Ho notato poi, forse soltanto io, la particolarità delle voci protagoniste: l’opera è tedesca e in tedesco ma Arianna è interpretata da una donna di colore e Zerbinetta da una donna asiatica, mentre il compositore, che dovrebbe essere un uomo, è interpretato da una donna. Tutte e tre, tra l’altro, bravissime. Come Strauss, che ha creato un ibrido particolare tra la tragedia che si prende troppo sul serio e la commedia che non si prende sul serio per niente. Non sapremo mai se il ricco signore è rimasto contento. Sicuramente, lo è stato il Teatro dell’Opera che, ancora una volta, ha fatto il tutto esaurito.










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