
Un uomo, eccellente linguista, parte per una conferenza all’estero. In aereo sia addormenta e, all’atterraggio, si ritrova in un paese che non riconosce. Cerca di chiedere spiegazioni, nessuno sembra comprenderlo, in nessuna lingua. Eppure lui ne parla parecchie. Si lascia trasportare in albergo, convinto di essere al centro di un malinteso, di poterlo chiarire, di aver sbagliato volo, di trovarsi sì in una città lontana, tuttavia civile, moderna e quindi in grado di fornirgli i riferimenti necessari per orientarsi. Purtroppo, si accorge in fretta che l’impresa è più ardua del previsto. Anzi, impossibile. Ogni tentativo di farsi capire finisce nel nulla. La difficoltà è accentuata inoltre dal numero spropositato di persone che trova dappertutto e che non gli consente di prendersi il tempo per spiegarsi: code infinite alla reception, agli ascensori, ai telefoni pubblici e, fuori dall’albergo, ai negozi, alla metro, nei locali. Non riesce ad individuare né un ufficio postale né una stazione o un cinema, né tornare all’aeroporto. Nemmeno a gesti ottiene attenzione o comprensione, tra l’indifferenza e la frettolosità di una massa di individui che letteralmente lo spinge via. La gente è un misto di etnie, il che non lo aiuta a localizzare il posto. I prodotti che trova in giro, compresi gli alimentari, sono comunissimi e non offrono indicazioni utili. Le insegne, i cartelli, le indicazioni stradali, le riviste sono scritte in lingua locale, una miriade di simboli che, con la sua preparazione in materia, prova pure a decifrare, senza successo. Perfino disegnare o affiggere avvisi non lo aiuta. Epepe o come diavolo si chiama è l’unica persona con cui stabilisce un rapporto, la sostanza però non cambia. I soldi finiscono. Lo scenario diventa via via più claustrofobico, con l’uomo che le prova tutte pur di uscire dall’incubo e l’autore che non trascura di raccontare ogni tentativo possibile se fossimo noi nella stessa situazione. Da questo punto di vista, nella sua assurdità, il romanzo diventa quasi razionale. Tutto quello che, immedesimandoci, tenteremmo di fare, il protagonista lo ha fatto. E meglio. Forse, però, ha dimenticato la TV. Non ci sono TV, nel libro non se ne parla. Il che rende l’incubo un sogno.





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