
Quasi horror, quasi thriller, pienamente disturbante ma, tutto sommato, leggibile, il romanzo racconta di un medico chirurgo dell’800, tanto insicuro quanto ambizioso che, partendo dal basso, si fa strada all’interno di un istituto per donne malate di mente, dove trova terreno fertile per i suoi abomini. Una serie di avvenimenti favorevoli, che passano anche per spiacevoli – diciamo – incidenti, lo porta a diventare primario e amministratore della struttura, la quale viene così trasformata nel suo regno personale. Approfittando del fatto che le pazienti sono pazze emarginate, povere ed abbandonate, il macellaio arriva ad usarle come vere e proprie cavie umane, sperimentando su di loro tecniche chirurgiche e psicologiche sempre più agghiaccianti. Buona parte della narrazione, in forma di diario, è in prima persona e dà quasi l’idea che il dottore, imbranato e non sempre preparato, stia agendo in fin dei conti nell’interesse della scienza. Giustifica molte delle sue iniziative e di altre nasconde i dettagli, trovando una spiegazione per ogni intervento, abuso o violenza che sia. Man mano però che la sua fama e la sua fame aumentano, le disgrazie si moltiplicano e il lato oscuro delle sue azioni viene fuori. Nel finale, la prospettiva si ribalta: gli episodi da lui descritti nel diario vengono rievocati, attraverso lettere e testimonianze, dalle sopravvissute e l’orrore, qualora ci fossero dei dubbi, viene totalmente sdoganato. Aspetto interessante in tal senso è che il libro, in qualche modo, denuncia come la medicina di allora abbia spesso legittimato la brutalizzazione delle donne. Il macellaio ne subirà le conseguenze e verrà macellato, non ammazzato però: aver fallito nella sua scienza gli risulterà più insopportabile di una vita da evirato, mutilato e invalido. Cosa che invece io auguro a tutti coloro che ancora oggi continuano indisturbati ed impuniti a muoversi, parlare ed agire all’ombra del patriarcato, protetti dalle istituzioni e dall’ignoranza.





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