



Vado a trovare mio nipote Gabriele, che lavora a Porto. O meglio, lavorava. Perché l’azienda che due mesi fa lo aveva assunto ha mandato via lui e non so quanti altri, appena finito il periodo di formazione. Esuberi, dicono. Deve lasciare la casa in cui lo avevano sistemato e, nonostante potesse restare da qualche amico, ha preferito ripartire non appena possibile. Peccato che proprio questa settimana dovessi arrivare io, che avevo già pagato volo e hotel. Quindi, invece dei quattro giorni previsti, trascorriamo insieme soltanto la mia prima sera e tutto il giorno successivo. Il tempo restante lo passo in giro da solo, il che non è comunque male.
Piove sempre, tranne miracolosamente la giornata in cui siamo insieme. Porto è così, variabile. Riesco perfino a sudare per il caldo. Indosso un cappellino per proteggermi dal sole. Mi definisco un viaggiatore più che un turista, il cappellino però mi fa sembrare proprio un turista, per giunta attempato. Aggiorno il mio quadernetto di viaggio come e quando posso, con appunti sparsi.
La chiesa è un ottimo rifugio. Dalla pioggia, intendo. Per l’anima, chissà. I caldarrostai sono ovunque. Se vedo fumo per strada, so per certo che appartiene a loro. Con il maltempo non si fanno vivi, non possono fare fumo e non possono trovare rifugio in chiesa. Non come caldarrostai almeno.
Ho visitato Porto più accuratamente della volta precedente, cinque anni fa (c’è qualche foto qui). Allora era luglio e ho potuto bagnarmi i piedi (e solo quelli) nell’oceano. Adesso è ottobre e ho potuto bagnarmi da capo a piedi di acqua piovana. A vedere l’oceano sono andato lo stesso. Avevo anche il costume, ma è rimasto da qualche parte nascosto nello zaino. Con mio nipote abbiamo fatto una bella passeggiata lungo la costa. È stato lui a voler respirare l’oceano. Da sud a nord, da ovest fino in centro, a piedi e in metro, attraverso il ponte Dom Luís I, su entrambe le sponde del Douro, su e giù tra salite e discese e pure sulla funicolare, ci siamo ritrovati a chiacchierare come non succedeva da mesi. E a mangiare pizza, a pranzo e a cena, perché così piaceva a lui. L’ho accontentato e, di conseguenza, sono stato più contento. All’estero evito il cibo italiano, giustamente. Devo dire però che la sera abbiamo trovato un ottimo locale che serviva un’ottima pizza. Nonostante il nome (qualcosa tipo Bella Italia o Bella Pizza o Bella Ciao), il gestore non è era italiano ma da italiano si è comportato. Da buon italiano intendo, non da cafone, che sarebbe anche più pertinente. Il ragazzo dell’ordinazione mi ha portato una pizza che non avevo chiesto e che ho apprezzato lo stesso: il costo più alto non è stato considerato nel conto e, a fine pasto, ci è stato offerto anche un limoncello. Direi che si tratta di normale cortesia e correttezza, con gli “italiani” però non è mai scontata.
Scopro che la cattedrale in cui mi sono rifugiato ha un chiostro antico e caratteristico e una torre dalla quale si vede un bel pezzo di Porto. Bene, non ho buttato i soldi del biglietto d’ingresso, visto che non ero entrato con l’intento di visitarla. Viaggiare da solo mi piace, anche se avrei preferito restare con Gabriele. O meglio, che lui restasse. Per forza di cose, mi viene naturale pensare molto e parlare poco. Paradossalmente, scrivo senza pensare, di getto. Sbagliando verbi e grammatica, immagino.
Ho cercato il tram 22, che un tempo faceva il giro completo del centro storico. Storico era anche il tram, una vera chicca, caratteristica della città. Non c’è più. Non so se definitivamente. A quanto ho capito, di tram storici ne sono rimasti due. Peccato. Il giro del centro l’ho fatto a piedi, seguendo le rotaie. Ho cercato pure dei negozi di dischi. Non ho trovato nemmeno quelli. In passato, tra Porto e Lisbona, ho concluso dei veri e propri affari, contrattando e acquistando vinili a basso prezzo. Il primo negozio che ho visto era troppo raffinato per i miei gusti e non sono entrato. L’altro non l’ho proprio individuato: all’indirizzo che avevo, c’era un pub senza vinili né musica. Mi sono stufato e ho evitato di cercarne altri. La pioggia, l’unica compagna di viaggio rimasta, mi ha aiutato nella decisione.




























Ho fatto colazione, per tre giorni di fila, da Starbucks, che non è il mio posto preferito ma mi ha dato la possibilità di starmene comodamente seduto a scrivere e organizzarmi (se così si può dire) la giornata. Oltretutto, si trova di fronte l’hotel, quindi è ancora più comodo. Proprio da qui, ripartito mio nipote, ho prenotato un paio di cosette da fare. La prima è uno spettacolo multimediale chiamato Spiritus, allestito presso la chiesa barocca sconsacrata di Clérigos (Chiesa dei Chierici), uno dei simboli di Porto, nota attrazione turistica. Uno show particolare, che prevede l’utilizzo di diversi proiettori posizionati dappertutto, ad illuminare l’interno e trasformarlo in una specie di nightclub, con la gente meravigliata seduta sulle panche. Manco durante la messa mi è capitato di vedere gente così assorta nella casa di dio. Colori e suoni coordinati hanno ridipinto virtualmente la chiesa spaziando tra vari temi (il tempo, le stagioni, la natura ecc.), dandole vesti nuove e creando un’atmosfera suggestiva, contento di aver sperimentato. Pure l’altra cosetta che ho prenotato è, purtroppo ormai, un’attrazione turistica e cioè la Livraria Lello, la libreria più bella del mondo. Per fortuna l’avevo già visitata e fotografata all’interno da qualsiasi angolazione. L’afflusso di gente è enorme e stavolta l’attesa in fila per entrare è stata complicata… dalla pioggia. Sono rimasto in coda, sotto l’acqua e senza ombrello, a riflettere sulla mia stupidità per quasi un’ora. Dentro poi ho trovato il delirio. Non ci si poteva muovere, motivo per cui non sono rimasto molto. Ho comprato un graphic novel firmato Stephen King e ho preso un mazzo di carte più un quaderno firmati dalla libreria. Il libro viene scontato dal prezzo del biglietto d’ingresso, il che quasi obbliga ad approfittare dell’offerta. Credo di averne approfittato bene.
Dopo, tanta acqua ancora. Mi rifugio di nuovo, non nella cattedrale ma dentro un McDonald’s, unico luogo dove potermi sedere in pace e continuare a riflettere sulla mia stupidità, soprattutto per averci mangiato. Ho immaginato più volte domande del tipo “hai visto quanti locali carini a Porto?” o “si mangia bene a Porto?” o “hai assaggiato qualche piatto tipico a Porto?” e una sola risposta secca e imbarazzata: a Porto ho fatto sempre colazione da Starbucks, ho mangiato più volte la pizza e ho pure pranzato al Mc. Non ho bevuto neanche un bicchiere di Porto. Ho assaggiato giusto qualche pastel de nata tra un acquazzone e l’altro.





























Una zingara con la sua bancarella vende strofinacci con fantasie del Portogallo a un euro, ne compro due, potrebbero servire per asciugarmi. Entro ed esco dai negozi, per curiosità. Mi piacciono quelli di souvenir, se offrono anche prodotti artigianali e non solo cinesate. Uno di questi è The Fantastic World of Portuguese Sardines, famosissimo, che vende solo sardine in scatola. Ne regalo una a Gabriele (una scatola, non una sardina, eh) con il suo anno di nascita stampato sopra. Ce ne sono per tutti gli anni e per tutti i gusti. Gabriele mi dice che è l’unico souvenir con cui torna a casa. Alla Casa Portuguesa do Pastel de Bacalhau ci siamo fermati per riposare, lui si è addormentato ascoltando l’esibizione dell’organista che suona quasi ogni ora. Non abbiamo assaggiato le crocchette di baccalà, io le conosco, a Gabriele non piace il baccalà e oltretutto costano un botto ciascuna. Abbiamo scattato una foto insieme, una sola, al sole. Me la porterò nel cuore.
Durante questo viaggio ho letto due libri, gran parte in volo. Stranamente, io che mi addormento pure in metro non appena mi seggo, sono rimasto sveglio sia all’andata sia al ritorno. Anche in camera non ho dormito molto. Ho speso troppo. Ho macinato chilometri. Eppure, nonostante le anomalie, è stata un’esperienza da ricordare, per il tempo trascorso con mio nipote e per il tempo meteorologico birichino. Porto è così, dicevo. Valeva la pena lasciarne traccia sul blog.




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