
Romanzo distopico che si legge tutto d’un fiato, per la tensione che tieni incollati alle pagine e la curiosità, maledetta, di avere risposte. Stessa condizione, quest’ultima, in cui si ritrova la voce narrante, una ragazzina prima, adulta poi, che cresce all’interno di un bunker con altre trentanove donne più grandi, tutte sorvegliate ininterrottamente, senza sapere nulla del proprio passato e senza avere idea di cosa sia il mondo. Un gruppo di uomini sorveglia costantemente le prigioniere, senza mai parlare loro né usare violenza. Le nutrono e le sostentano, impedendo qualsiasi contatto fisico e pure il suicidio cui alcune potrebbero essere tentate. La protagonista inizia a porsi delle domande, alcune delle quali non troveranno mai risposta, finché un evento inatteso apre le porte della libertà. Le donne escono. Ad attenderle fuori però non c’è altro che una nuova prigionia. Al di là della trama tanto piatta quanto, per assurdo, avvincente, la storia si sviluppa intorno alle scoperte e alle riflessioni della ragazza che, non solo non ha mai conosciuto gli uomini, non ha conosciuto proprio niente e pertanto non sa nulla della civiltà, della natura, della vita. Nella desolazione che trova all’esterno, impara quanto possibile dai racconti delle sue compagne e dalle pochissime esperienze che affronta nel tempo. Priva di un vero passato, deve costruirsi da zero un’identità e una propria idea di umanità. Ignora cosa siano il cielo, il sole, una strada, un fiume. Che vuol dire giorno o notte. Com’è il suo viso. La sua graduale presa di coscienza è il fulcro del romanzo e, al di là di qualche piccola ombra, viene descritta in modo preciso e credibile. Ciò che (non) succede, poi, va di pari passo con ciò che impara, insieme alla consapevolezza che la paura non è più legata alla morte o alla prigionia, semmai alle domande e alla totale mancanza di spiegazioni. In tal senso, sarebbe stato meglio per me non aver conosciuto questo libro.





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