
In gita a Narni, meraviglioso borgo medievale dell’Umbria, ho prenotato una visita guidata a Narni Sotterranea, un complesso di ipogei scoperto alla fine degli anni ’70 da un gruppo di giovani speleologi. Il sito comprende, tra le altre cose, una chiesa del XII secolo, una cisterna del I secolo a.C., una tomba con tre bare (un uomo, una donna e un bambino ignoti) e soprattutto una sala utilizzata per le torture dal Tribunale dell’Inquisizione fino alla metà del ‘700. Adiacente alla sala, vi è una cella interamente ricoperta di graffiti per anni indecifrabili, tracciati sulle pareti e sul soffitto tramite cocci, non avendo i prigionieri né carta né penna. A partire dalla ritrovamento sensazionale della chiesetta nel 1979, tutto il resto è venuto a galla tramite scavi, lavori, studi e ricerche minuziose che tuttora continuano e che vengono finanziate dai proventi delle visite guidate, organizzate da un’associazione ormai collaudata e competente. Tra i molteplici interrogativi a cui gli studiosi hanno cercato risposte, il più grande riguarda proprio la presenza dell’Inquisizione a Narni e l’identità del misterioso carcerato che ha prodotto i graffiti per lasciare una testimonianza della propria innocenza. Folgorato da questa esperienza e per offrire il mio contributo, ho acquistato il libro che racconta nel dettaglio e con un’infinità di sorprese, l’enorme lavoro iniziato in quel fatidico 1979. L’autore, che ho visto alla biglietteria, è uno degli speleologi di allora. Non ha mai smesso di dedicarsi, con enorme passione, agli studi e alla ricerca della verità, arrivata solo negli anni 2000, per scoprire chi fosse il prigioniero e decifrare i simboli. Come lui stesso afferma, non è uno scrittore e questo non è un romanzo: i fatti narrati, seppur incredibili, sono tutti realmente accaduti.
Roberto Nini – Alla ricerca della verità





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